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Scarpati 1995, pp. 90-93). Fin qui i riferimenti all’attualità comunemente riconosciuti nell’Aminta. C’è chi ha creduto di poter andare oltre, attribuendo all’opera la funzione politica di assecondare i tentativi di risoluzione dello spinoso problema della successione al ducato in assenza di eredi legittimi di Alfonso II, oggetto tra il gennaio e l’inizio di marzo del 1573 di una missione diplomatica romana alla quale aveva preso parte lo stesso Tasso. La pastorale sarebbe dunque stata scritta o per promuovere le nozze di due Este collaterali, Alfonsino e Marfisa, di cui si voleva legittimare la discendenza (è la tesi sostenuta da Graziosi 2001, che orienta in maniera univoca tutta la sua analisi del testo); oppure per appoggiare, attraverso l’esaltazione dell’amore “naturale”, il riconoscimento della linea originata dall’unione irregolare di Alfonso I e Laura Dianti, come suggerisce Morando 2013.

Vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata. PREFAZIONE di Guido Baldassarri Si ha quasi l’impressione che, nello sterminato corpus delle opere del Tasso, l’Aminta appaia anche oggi una delle più indecifrabili. Marco Corradini ha ricostruito in limine, con molta precisione, i dati oggettivi della rapidissima “canonizzazione” della pastorale tassiana, come pure le modalità complesse della successiva ricezione del testo: si potrebbe ripetere, e forse con ragioni più valide rispetto a quanto si è comunque fatto per la Conquistata, che, se il Tasso non fosse l’autore della Liberata, l’Aminta da sola gli avrebbe garantito l’inclusione nel canone pur non amplissimo dei “grandi autori” del Cinquecento italiano.

Mentre Mopso, anche nella sua indole invidiosa e superba e da una posizione esterna, è personaggio che in fondo condivide pur sempre la cultura della corte e aspira ai suoi medesimi valori, un’altra presenza incarna un punto di vista radicalmente alternativo e inconciliabile: è il Satiro, che non a caso si produce nell’unico vero monologo e non ha scambi verbali con nessun altro attore del dramma, del tutto estraneo a loro, concreta immagine di un desiderio irriducibile alle norme del vivere associato: colui, insomma, «in cui nessuno dei cortigiani potrebbe identificarsi», ma che nondimeno incarna gli istinti inconfessabili di tutti (Zatti 1997, p.

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